IL MOSCATELLO DI TAGGIA

Il Moscatello di Taggia. Il vino dei Papi

testo di Alessandro Carassale

La storia del Moscato di Taggia, ricavato dall’omonima cultivar a frutto bianco, inizia con buona probabilità tra la fase che porta alla caduta dell’Impero romano d’occidente e i secoli più bui dell’età di mezzo, quando, con preferenza sulle vie di terra, solo nel Mediterraneo si intersecano fitte reti commerciali e la trasmigrazione di varietà nell’Europa cristiana diventa massiva. Dalle coste di levante arriva quest’uva dal sapore dolce e aromatico, che si diffonde in tutta la penisola italiana e nel Midi francese. Nel settore nord-occidentale, dal Golfo del Leone al Tirreno, trova condizioni ideali di acclimatazione soprattutto a Frontignan, in Linguadoca, e per l’appunto a Taggia, destinata ad assurgere ai vertici della vitivinicoltura cisalpina durante il Rinascimento.

Le ragioni di un simile successo sono molteplici: la località è tra le poche della piccola Repubblica ad essere amministrata direttamente da Genova, perciò buona ad attrarre, in riguardo all’agricoltura, investimenti a lungo termine da parte dei maggiorenti della Dominante; la moltiplicazione dei vigneti è in atto a far tempo dal Mille, favorita dai diversi ordini monastici (Benedettini, Cistercensi e, per ultimi, Domenicani) profondamente inseritisi nel tessuto socio-economico dell’estremo Ponente della regione; la presenza di fondovalle ampi nonché di declivi solatii, trasformati in estese terrazze coltivabili dall’opera dei contadini; da ultimo, l’inserimento dello scalo marittimo della Riva di Taggia nelle rotte di traffico che portano le navi genovesi verso i grandi porti dell’Atlantico centro-settentrionale.

Già intorno alla metà del Quattrocento l’umanista Giacomo Bracelli, autore di un’importante opera descrittiva del territorio ligure, paragonava i vini realizzati nella zona summenzionata alle grandi Malvasie di Creta e di Cipro. Con questa asserzione comprendiamo che ci troviamo di fronte a un prodotto dolce e di forte gradazione alcolica, appartenente alla categoria dei “greci”, tra i quali figurano molti bianchi nettari del nostro Mezzogiorno, le Vernacce e alcuni Trebbiani. Erano, almeno fino all’età barocca, le bevande preferite sulle tavole delle clientele raffinate e facoltose del Nord Europa, laddove i vini cosiddetti “latini”, in genere secchi e non molto forti, talvolta di colore rosato a motivo dell’eterogeneità dell’uvaggio, rifornivano – fatta eccezione per alcuni meno poveri di corpo – soltanto le bettole di vicini mercati.

Promosso dalla letteratura corografica e poi odeporica, il Moscatello ponentino si inserisce da subito nei flussi commerciali verso le Fiandre, la Germania e l’Inghilterra, dove, nei porti di Southampton e Sandwich, operano le filiali dei Genovesi. Ciò nonostante, il principale luogo di vendita si rivelerà ben presto quello di Roma. A tal proposito, significativi risultano i dati desunti dalle registrazioni effettuate tra il 1445 e il 1478 alla Dogana di Ripa Grande, sul Tevere, che permettono di fare un quadro della produzione vinicola italica del periodo con riferimento alla qualità e alle scelte dei consumatori dell’Urbe. Una botte di Moscato di Taggia costa da 22 a 40 fiorini; a parità di contenitore una Malvasia del Sud raggiunge un prezzo massimo di 35 fiorini, il Fiano e il Greco di Campania i 26-27 come il Corso, la Vernaccia calabrese di Paola i 24, il vino di Cima del Giglio i 22, il Calabrese, il Mangiaguerra (del retroterra di Castellammare, in Campania) e il Sanseverino (del Salernitano) i 15. Altrettanto chiare, per anni coevi, sono le cifre che emergono dal tariffario dei vini di importazione nelle taverne della città eterna, calcolato al litro sulla mescita: se il Moscatello ligure può costare fino a 8 bolognini al pari di certe Malvasie provenienti dalle regioni meridionali, Vernaccia delle Cinque Terre, Fiano e Greco non superano mai i 6 bolognini, Razzesi e Latini, pur ottimi, delle Riviere i 4, Mangiaguerra, Mazzacane (della Costiera Sorrentina), Sanseverino e Terracina/Sperlonga i 3½.

Messa a punto la questione di dettagliare i movimenti del vino di pregio nel mercato tardomedievale, mi sembra fuori d’ogni dubbio che, tra i vari sopra citati in base al costo, quello taggese si distingua nettamente. D’altronde, la possibilità di trovarsi di fronte ad una delle massime eccellenze dell’enologia peninsulare è avvallata, oltre che dalle prove raccolte negli archivi, anche dalle opinioni dei contemporanei.

Una prima conferma si trova nei raffinati scritti di Sante Lancerio, “bottigliere” di Paolo III Farnese, papa dal 1534 al 1549. Nell’esauriente panoramica della produzione italiana, il cantiniere del pontefice non manca di fornirci un’attenta – e “moderna”, come da sua abitudine – valutazione personale dei Moscati che giungevano a Corte: tra i molti esaminati, il meglio è quello che viene dalla Riviera di Genova, da una villa nomata Taglia, e quelli non hanno del cotto (cioè al vino non è stato addizionato del mosto cotto) come quelli di Sicilia e di Montefiascone. A volere conoscere la loro perfetta bontà, bisogna non sia di colore acceso, ma di colore dorato, non fumoso e troppo dolce, ma amabile, et abbia del cotognino (sappia di mela cotogna) e non sia agrestino (di sapore pungente e sgradevole). Il giudizio finissimo è solo il primo di una lunga serie e, senza tema di smentita, conferisce in modo definitivo alla bevanda ligure il titolo di “vino dei papi”, conquistato nel secolo precedente in virtù dell’apprezzamento generale della nobiltà romana e destinato a conservarsi ancora a lungo.

Il Moscatello di Taggia, celebrato pure nella monumentale e contemporanea opera di classificazione dei vini di Andrea Bacci, si afferma nel XVI secolo su nuovi mercati: sorprendente, ad esempio, risulta il continuo affluire – in quantità rilevante – di botti nelle cantine dell’aristocrazia sabauda, commercio spiegabile con il fatto che a quell’epoca la produzione del Piemonte, quanto a un tipo simile, non raggiungeva l’eccellenza di quella della circonvicina Riviera! Ormai al vertice della rinomanza, il medico e letterato milanese Ortensio Lando lo considerava tanto buono addirittura da anelare alla morte affogando in suo tino. Altri, tra cui il filosofo veronese Bartolomeo Paschetti, di palato delicato, sulla scorta delle opinioni del Lancerio più opportunamente ne valutavano con attenzione i sapori e le peculiari caratteristiche, così riassumibili: vino dolce, piacevole, mai stucchevole, ottenuto per appassimento delle uve, quindi molto alcolico e di colore dorato. Il corografo genovese Filippo Casoni ribadiva infine la natura di bene di lusso di questo Moscato, forse il migliore di tutto il continente d’Italia, uguale se non superiore nel vigore e nella fragranza al siracusano. A questo punto non restava, come affermava in alcuni ispirati versi il poeta savonese Gabriello Chiabrera, che dare battaglia al crudo verno facendo distillar mosto di Taglia.

Tra Sei e Settecento qualcosa però comincia a cambiare sia a livello locale, sia sul mercato internazionale dell’enologia. Grazie alla favorevole congiuntura, a Taggia l’olivicoltura si impone gradualmente nelle campagne, mentre la vite arretra in spazi periferici: se da un lato l’olio si spedisce in grandi quantitativi soprattutto a Marsiglia per la fabbricazione industriale del sapone, dall’altro il vino rivierasco ha sempre meno acquirenti. Fuori dall’Italia si assiste all’affinamento delle tecniche di vinificazione, all’abbandono della botte – per il trasporto – a vantaggio della bottiglia chiusa con tappo di sughero, finanche alla selezione dei vigneti e delle uve migliori. Il riferimento, esplicito, è all’abate benedettino Dom Pierre Pérignon e alla sua azione di perfezionamento dello Champagne, destinato a imporsi sulle migliori tavole, ma anche al salto qualitativo di Porto, Madera e Sherry, vini liquorosi fatti crescere e ingentiliti dagli Inglesi. Nulla di tutto ciò accade in Liguria, dove anzi mancano proprio gli investimenti mirati in agricoltura: i Genovesi stessi preferiscono ora riempire le cantine di prodotti di importazione piuttosto che sostenere la viticoltura nelle terre della Repubblica. La debolezza mercantile della viticoltura ligure di età moderna è un fatto noto. Con la sola eccezione degli “Amabili” o “Rinforzati” delle  Cinque Terre, termini che avevano nel frattempo sostituito il vocabolo Vernaccia, i vini “nostrali” erano in prevalenza molli, fecciosi, quasi imbevibili a causa in primis della scarsa specializzazione dei vigneti, dove seminativi, leguminose, alberi da frutto soffocavano i filari, poi delle erronee pratiche di cantina. Impossibilitati a battere la forte concorrenza francese o spagnola, da tempo di eccellente livello, i coltivatori, nel tentativo di diminuire l’entità delle spese, in specie per il molto legname necessario alla palatura, così da avere un sicuro guadagno trasformavano immaturamente in vino mosti di rozza fattura, per di più mescolando ogni sorta d’uva – spesso acerba onde evitare la grandine o le beccature degli uccelli –, oppure producevano moltissimi acquerelli di facile vendita solo entro un raggio di pochi chilometri. In questo rapido mutare di scenario economico e, più di ogni altra cosa, di gusti, non sorprende lo scadimento dei Moscati di Taggia; in una sorta di retorico epitaffio, scrive il famoso agronomo Giorgio Gallesio all’inizio dell’Ottocento: sono caduti tutti, né ardiscono più comparire nelle mense di lusso, ove si preferiscono i Madera, i Heres, i Ximenes. I Moscati si sostengono solo nelle taverne o nei conviti familiari dei paesi che ne abbondano e nei quali il gusto pel dolce e profumato prevale ancora.

Sarà l’epidemia di fillossera, comparsa dal 1880 nell’estremo Ponente ligure, a determinare l’abbandono definitivo del vitigno moscato da parte dei contadini di Taggia e dintorni. Il comparto vitivinicolo si orienterà su varietà diverse, considerate, secondo una nuova ottica di profitto, più resistenti e adatte all’ambiente pedoclimatico della Riviera: tra esse, Rossese nero, Vermentino, Pigato e Ormeasco-Dolcetto, oggi base di tre Doc.

I giorni nostri e la riscoperta del Moscatello

Ciò nonostante, la passione per il Moscatello non cessa del tutto, o meglio cova sotto le ceneri della storia. Nel 2003 il produttore di Ceriana, nell’Imperiese, Eros Mammoliti, coadiuvato dall’allora futuro enologo Giampiero Gerbi, inizia un febbrile lavoro di ricerca di piante di moscato bianco (alcune secolari) potenzialmente adatte alla propagazione: 67 sono quelle trovate!

Sotto la guida della ricercatrice Anna Schneider e di Stefano Raimondi, del CNR-IVV di Grugliasco (TO), si procede con analisi molecolare, del dna, sulle virosi, selezionando 6 viti, poi 3 per arrivare infine ad un’unica pianta da riprodurre: così è stato fatto nel vivaio Obice di Santo Stefano Belbo. Le microvinificazioni effettuate con l’assistenza degli enologi Lorenzo Tablino e di Vincenzo Gerbi, quest’ultimo dell’Università di Torino, hanno fornito ulteriori elementi certi circa le potenzialità del vitigno. Quindi l’appassimento dei grappoli in cella climatizzata ha saputo dare al vino (dolce) un colore giallo dorato, leggermente ambrato, profumi intensi con note aromatiche fruttate e floreali (caratteristiche del vitigno moscato bianco), che si accompagnano a una struttura acida significativa; al palato la sensazione è di calda morbidezza con sentore di confettura.

Il resto è cronaca di un crescente successo. Nel 2011, su spinta degli amministratori locali e dello stesso Mammoliti, all’interno della Doc “Riviera Ligure di Ponente” viene inserita la sottozona “Taggia” – comprendente le valli Argentina e Armea e il tratto litoraneo tra i comuni di Ospedaletti e Santo Stefano al Mare, in pratica i confini dell’areale storico – nella quale poter produrre quattro tipologie di Moscatello: secco, frizzante, vendemmia tardiva o passito (il più simile all’antico nettare). L’anno seguente, provvista di tale contrassegno, esce la prima bottiglia su un totale di 114! Nel 2014 nasce l’“Associazione Produttori Moscatello di Taggia”.

Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito internet dell’Associazione Produttori Moscatello di Taggia al seguente link: www.moscatelloditaggia.it